Regione Veneto

Colā

Colà, che entrò a far parte del comune di Lazise nel XIX secolo, è una frazione dell'entroterra posto sulle colline moreniche e immerso nel verde dei vigneti; essa viene nominata per la prima volta nel testamento di Engelberto del 28 maggio 861 con il nome di Colata, mentre in documenti successivi assume anche il nome di Colatha e Colada, probabilmente derivato dal latino collis.

Durante la prima guerra di indipendenza italiana il borgo venne occupato dalle truppe piemontesi, mentre durante la terza guerra d'indipendenza furono qui soccorsi numerosi soldati feriti durante la battaglia di Custoza.

Nel paese, parrocchia dal 1526, è presente la chiesa di San Giorgio Martire, realizzata tra il 1757 e il 1762 su emulazione della precedente cappella dedicata a Santa Maria, la quale era stata eretta nel XII secolo. Al suo interno sono presenti cinque altari in marmo e due tele di pregio realizzate da Agostino Ugolini, mentre in canonica è presente la Vergine e i santi Rocco e Sebastiano di Paolo Farinati.


Chiesa parrocchiale di San Giorgio Martire a Colà
Eretta in stile neoclassico nel 1762, ha preso il posto dell’antica cappella di Santa Maria, citata in documenti del XII e XIII secolo. Presenta 5 altari interni con alcune pale pregevoli, tra cui San Giorgio con la Vergine e l’Ultima Cena dell’Ugolini.
 
Madonna della Neve
Nei primi secoli del Medio Evo, al fine di favorire la cristianizzazione delle popolazioni rurali, si diffuse il sistema delle pievi costituito dalla chiesa plebana con fonte battesimale e canonica, dove risiede la comunità dei presbiteri sotto la guida di un arciprete. A queste chiese fa capo una rete di cappelle minori disseminato nel territorio. È il caso di Lazise, sede di un’antica ed importante pieve di cui resta la base della torre campanaria nel cimitero del capoluogo; questa chiesa era collegata a numerose cappelle rurali, come quelle dedicate ai santi Fermo e Rustico e a Faustino e Giovita, tutt’ora esistenti. Caso analogo riscontriamo a Colà dove la prima cappella si trovava ove attualmente sorge la chiesa della Madonna della Neve. Essa dipendeva dalla pieve di Sandrà, dedicata a S. Andrea – da cui il toponimo del paese – ed era intitolata a S. Giorgio martire. Fu sede della parrocchia fino alla metà del XVI secolo quando, come ricorda Giovanni Agostini, “assunse a dignità di chiesa parrocchiale, sotto il titolo di Santa Maria e S. Giorgio, l’antica chiesa dedicata alla Vergine che trovavasi dentro o presso il castrum ai piedi del quale si era andato formando il paese”. Con tutta probabilità questo trasferimento fu dettato da motivi di sicurezza e di maggior comodità per la popolazione, come era accaduto a Lazise, sempre nel corso del ’500, quando la sede parrocchiale dell’antica pieve fu trasferita presso la chiesa di S. Zeno, all’interno delle mura.
La perdita della dignità parrocchiale non significò per la chiesa di Colà l’oblio o, peggio, la distruzione. Essa diverrà il centro di una forte devozione mariana, sotto il titolo di Madonna della Neve che si festeggia il cinque di agosto per ricordare un fatto prodigioso legato alla costruzione della prima basilica occidentale in onore di Maria, costruita a Roma dopo il Concilio di Efeso del 431.
A partire dal XVII secolo la chiesa della Madonna della Neve viene ampliata ed arricchita di altari anche grazie alle donazioni di importanti famiglie come i Cipolla d’Arco, proprietari della vicina villa di Monteraso; alcuni membri di questa casata saranno sepolti proprio all’interno della chiesa. L’edificio, sano, costruito in posizione elevata lungo la strada che conduce a Sandrà, è preceduto da un suggestivo sagrato coronato da cipressi. La facciata a capanna conserva nel settore centrale un affresco della Vergine risalente al Novecento, mentre sull’angolo nord-orientale si eleva l’interessante campanile a vela a due fornici. La navata interna ha copertura a capriate; nel presbiterio voltato, l’altare marmoreo conserva l’effige della Madonna con il Bambino: si tratta di una statua lignea risalente al tardo Medioevo. Lungo la parete settentrionale è collocato l’altare del Crocifisso decorato con putti settecenteschi. Gli affreschi del presbiterio e della navata sono della prima metà del Novecento.
 
Villa dei Cedri - parco
Immerso in un meraviglioso parco romantico di 13 ettari, realizzato tra la fine del Settecento dai nobili Moscardo e l’Ottocento dai conti Miniscalchi, ricco di alberi secolari ed essenze rare,  con villa seicentesca (Moscardo) e villa ottocentesca (Miniscalchi) disegnata dell’arch. Luigi Canonica, si trova un laghetto di 5000 mq con acqua termale che scaturisce dal sottosuolo in grandi quantità alla temperatura di 37°C. Il lago è attrezzato per idromassaggi di vario tipo, fontane ecc.; è illuminato di sera anche per la balneazione notturna; il ricambio dell’acqua è notevole: 50% al giorno. La villa presenta inoltre un interesse storico per i soggiorni di personaggi famosi: l’imperatore Carlo V nel 1530, Federico VI re di Danimarca e di Norvegia nel 1708, il generale Erwin Rommel nel 1943.
 
Corte Palù dei Mori
La corte si è sviluppata attorno ad una torre colombara, risalente al XVI secolo, in seguito alla bonifica di terreni paludosi, come testimonia il toponimo “palù”.
Fu degli Spolverini, famiglia di Fileno che, secondo la tradizione, proprio al Palù avrebbe compiuto misfatti ed angherie. Nel 1729 la corte viene acquistata dai Moro, da qui la dicitura “dei Mori”. Nell’800 la proprietà passa prima ai Termignoni, che completano l’opera di bonifica del fondo, e successivamente ai Bortolazzi, i quali proseguono nella valorizzazione della villa fino agli anni cinquanta quando, con la disgregazione della proprietà, inizia un lento degrado. Solo recentemente alcune parti sono state restaurate.
Il complesso si presenta scenograficamente al termine di una strada, un tempo fiancheggiata da ippocastani, che corre dritta tra i campi. Preceduto da un brolo su cui si aprono tre maestosi cancelli, l’edificio padronale, di forme tardosettecentesche, è nobilitato dal timpano e dalla balconata in ferro battuto.
Nella corte rurale, attorno al “selese”, si trovano edifici di epoche diverse, uno di questi conserva il “pozzo di Fileno”, all’interno di una torre cilindrica, probabile testimonianza di antiche forti- ficazioni. La cappella dedicata a S. Antonio, uno degli edifici sacri più belli del comune di Lazise, conservò quadri ed arredi fino agli anni ’60.
Il lento abbandono ha portato al crollo del tetto e alla perdita degli stucchi del soffitto; rimangono l’altare e i medaglioni in stucco. È urgente e necessaria l’opera di restauro per non perdere una delle rare testimonianze barocche del nostro territorio.
 
Corte-Boaria Da Sacco
La nobile famiglia Da Sacco è presente a Colà fin dal XIV secolo; la vasta proprietà che si estendeva attorno alla villa era coltivata dagli abitanti delle varie corti. La più vicina era la Boaria, così denominata probabilmente per la presenza di diverse paia di buoi.
Il nucleo più antico della costruzione era costituito dall’abitazione e dalla stalla con sopra il fienile, così come appare in una fotografia di Moritz Lotze databile 1880 circa. Verso la fine degli anni ’80 la contessa Eleonora Da Sacco iniziò il completamento della corte costruendo il portico ad ovest, la barchessa ed il muro di cinta sul lato est. Sul cancello posto all’ingresso della corte sono riprodotte le sue iniziali (E.S.= Eleonora Da Sacco) e la data probabile di fine lavori (1894). Nel 1909 Eleonora Da Sacco muore e non essendo sposata lascia le campagne in eredità ai figli del fratello Antonio, bisnonno dell’attuale proprietario. Di questo ampliamento, particolarmente interessante è la barchessa con le tre colonne di pietra in stile neoclassico di buona fattura, portanti la costruzione soprastante.
Dal 1928 la famiglia Bernardi abitò questa casa ed erano mezzadri dei Da Sacco: tante persone di Colà sicuramente ricorderanno i filò che si tenevano in questa corte durante la bella stagione o nella stalla durante il periodo freddo. Gli attuali sistemi di conduzione agricola hanno fatto sì che la Boaria non sia più funzionale alla campagna, cosicché la proprietà ne ha concesso in parte l’uso gratuito al Gruppo Alpini di Colà che dal 1983 ne cura con orgoglio la conservazione.
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